Oggi faccio un viaggio nelle distinzioni, partendo dall’analisi del titolo di
un libro di Stephen R. Covey, per esplorare la diversità di significati di
alcune parole. E armato di pragmatismo, decidere anche, qual è a mio avviso
più utile.

Prima tappa del viaggio, confronto del titolo originale inglese con quello
italiano:

The 7 Habits of Highly Effective People.
Tradotto in italiano
dalla Franco Angeli Trend con: Le 7 regole per avere successo.

Lungo questo percorso proviamo a cercare le differenze di significato dei due
titoli.

The 7 Habits of Highly Effective People.

Che tradotto letteralmente diventa:
Le 7 abitudini della gente altamente efficace.

rispetto a:
Le 7 regole per avere successo.

Quello che vorrei far notare e che queste differenze, che a prima vista
sembrano minime, scopriremo che non lo sono.

Abitudini versus Regole.

La seconda tappa di questo viaggio di scoperta ci porta a valutare i termini
“Abitudini” e “Regole”. Quante tappe faremo ancora non lo so, ma ho una buona
idea di quali paesaggi toccheremo, seguitemi.

Abitudine

possiamo vedere su etimo.it che deriva da Abito, che può essere inteso sia
come vestito, cioè qualcosa che indossiamo per proteggerci, che da abitazione,
quindi il posto che abbiamo come rifugio confortevole. In entrambi i casi
derivano dal verbo latino Habere = Avere. Riflettendoci un
po’ posso dire che:

l’abitudine, per esperienza, è qualcosa che formiamo attraverso una lunga
serie di ripetizioni.


E’ qualcosa che abbiamo imparato e scegliamo di continuare a fare per la
sua provata efficacia.

E come la mettiamo con le abitudini negative? Be, sviscerando le motivazioni
che ci spingono a farle molto probabilmente troveremo che anche le abitudini
negative hanno per noi un distorto valore positivo. Mi ricordo che per
abbandonare delle abitudini negative, ci può essere molto utile seguire il
suggerimento di Albert Einstein :

“i problemi non possono essere risolti  dallo stesso livello di
pensiero che li hanno generati”
.

Questo vuol dire che per abbandonare abitudini negative abbiamo bisogno di
apprendere un nuovo livello di pensiero. Come?

Anthony Robbins nel suo libro Awake The Giant Within, spiega che le
abitudini appoggiano sulle convinzioni e credenze. Operando modifiche di
conoscenza su quest’ultime (notiamo che sta parlando di apprendimento)
possiamo cambiare le abitudini.

Ora è il turno di Regola,

sempre dal fido etimo.it traggo che deriva dal latino RÈGA da REGERE guidare
direttamente, governare.  Ha il significato di “asticella diritta
per tirar linee, Squadra”, e metaforicamente di: Norma, Modo, Misura;
Principio, Legge di un’arte, di una disciplina; Statuto di un ordine
religioso. Derivano: Règolo e Righello.

Il garzanti (il sito) riporta nel dizionario anche i seguenti
significati: qualsiasi formula che prescriva ciò che si deve fare in un
caso determinato o in una particolare attività; moderazione, misura,
freno.

Tempo fa indagando sul significato della parola
Guru
avevo scritto un approfondimento sul evoluzione storico geografica della
parola verità. In quell’articolo è possibile vedere che per quanto riguarda la
cultura italiana “Regola, legge, verità”, sono parole storicamente legate alle
leggi e ordinamenti religiosi.

Allora ricapitolando, quando una persona decide di darsi delle regole,
metaforicamente traccia dei confini di comportamento. Pertanto Regola
nell’immaginario collettivo è in genere qualcosa di esterno, imposto,
limitativo.

Vediamo a questo punto del viaggio, che una
regola è qualcosa che per definizione, modera, limita, frena, un
determinato comportamento (fare) e non comprende di per se l’attività
di apprendere delle nuove abitudini.

Terza tappa del viaggio, andiamo a vedere le differenze tra:

avere successo
e
gente altamente efficace.

Successo,

questa è facile: è participio passato di succedere. Quindi l’avere successo è
relativo a qualcosa che abbiamo fatto nel passato. Ad esempio, se oggi faccio
questo (pianto un albero e lo curo), allora domani avrò i frutti, (il successo
delle azioni piantare e curare l’albero). O meglio, oggi ho i frutti perché
ieri, e l’altro ieri e giorni successivi ho piantato e curato la crescita di
un albero.

In questo percorso esplorativo decido di piantare una bella tabella per quelli
che seguiranno le mie orme con scritto questo:

A mio avviso mettere il FOCUS sull’AVERE SUCCESSO
è un pensiero di
livello inferiore (inferiormente efficace) di FARE SUCCEDERE.

 

A questo punto del viaggio siamo pronti per salpare e prendere il largo e
solcare i mari di argomenti a me molto cari che sintetizzo con il titolo:

Essere, Avere, Fare.

Essere.

Caro vecchio amico Essere, sei un mare così grande nel quale potrei perdermi,
sei forse il mio ego?

Nel libro di bordo leggo che Korzybski
padre della semantica generale
ci esortò ad evitare, o almeno moderare l’uso del verbo Essere,

Il motivo, come troviamo
molto ben scritto su wikipedia, […] è basato principalmente su terminologie […] che hanno
[…] diversi ordini di astrazione […] nei nostri pensieri.
[…] Egli teorizzò che certi usi del verbo essere (l'”essere di identità” e
l'”essere di”) fossero fallaci nella struttura, come per esempio
nell’affermazione “Joe è uno sciocco” (detto di una persona di nome Joe che
ha fatto qualcosa ritenuto sciocco). Nel sistema di Korzybski una
valutazione di “Joe” appartiene ad un più alto ordine di astrazione che “Joe
stesso”. Il rimedio di Korzybski consiste nel rifiutare l’identità; in
questo esempio, restare consapevoli che “Joe” non è ciò che “chiamiamo” lui.
Troviamo “Joe” non nel dominio verbale, il mondo delle parole, ma nel
dominio non verbale, (i due domìni, disse, corrispondono a due diversi
ordini di astrazione). Questo concetto è ben espresso dalla più famosa
premessa della […] la mappa non è il territorio. Si noti che la frase usa
il predicato non è. Questo esempio, uno dei tanti, mostra che l’autore non
intendeva abbandonare il verbo essere come tale. Disse espressamente che non
vi erano problemi strutturali con il verbo essere, quando usato per definire
l’esistenza o la locazione. Qualche volta sarebbe anche corretto usare le
forme sbagliate di tale verbo, purché si resti consapevoli delle loro
limitazioni strutturali.

Bene compreso questo, con la nave a vele spiegate sospinte dagli eventi
storici e filosofici, mercantilistici e consumistici, mi pare di arrivare ad
osservare nel mio cannocchiale che
la cultura umana si è sempre più focalizzata sugli aspetti: essere e avere.
Perdendo a mio avviso l’importanza, anzi la bellezza del “fare”, che è ciò
che fa accadere i succedimenti, cioè quello che poi noi chiamiamo
successo, quando il nostro fare è efficace.

Nel mio personale libro di bordo leggo relativamente all’ESSERE: da bambini
impariamo che siamo un nome, ci viene insegnato che la nostra identità
“l’essere”, è legata al nome, la mia ad esempio è associata al nome Luca.
Impariamo anche che l’identità degli altri è legata ad altri nomi, come:
mamma, papà. Poi più tardi scopriamo che mamma e papà hanno anche altri nomi,
come Rita, Giovanni e così via.

A questo punto seguitemi nel mare dell’Avere, sarà davvero ricco di tesori?

Avere.

Sempre nel mio libro di bordo leggo che: scoperto l’essere impariamo
velocemente l’avere, il possesso di oggetti, come cibo, giocattoli e via
dicendo. Qui molto probabilmente abbiamo vissuto le prime incongruenze e
interferenze degli adulti con ciò che percepivamo di avere. Perché può essere
capitato ad esempio che ci abbiano spinto a dare un giocattolo ad un altro
bambino, anche se non avevamo nessuna intenzione di farlo. Magari era il
giocattolo a cui tenevamo di più, a cui avevamo associato un forte legame di
possesso. Solo che non avevamo ancora sviluppato le capacità cognitive e
abilità linguistiche per rispondere a tono all’adulto così: “io presto la macchinina che mi hai regalato, (o la bicicletta), al figlio
del tuo amico, solo se tu impresti il tuo fuoristrada, a cui tieni tanto, a
suo padre
“. Oppure “dato che tu col cavolo impresteresti il tuo fuoristrada al tuo amico,
perché mai io dovrei imprestare la mia macchinina a suo figlio? Se tu poi
dire di no a suo padre, io posso dire di no a suo figlio a lui e a te
“.

Purtroppo così non accade e ci viene imposto e insegnato in modo forzato l’uso
del dare per ottenere in seguito, la regola sociale del contraccambio
tanto ben spiegata nel libro di bordo di Robert Cialdini
“Le Armi della Persuasione”.

Finalmente giungiamo in questo viaggio di scoperta nel mare più ricco al
mondo, il mare del Fare. E siamo giunti al punto di scoprire anche perché li
chiamo mari, perché mi piace ricordare che realmente c’è una marea di cose che
possiamo fare! Una marea di opportunità. Che per esplorarle tutte non
basterebbero mille vite.

Fare.

Apro a questo punto del viaggio il mio giornale di bordo, la mia memoria, per
ricordare una cosa letta di
Weyne W. Dyer (psicologo e scrittore), Weyne scrive che per scoprire la prima
ribellione d’indipendenza, e scoperta del FARE, dobbiamo ritornare indietro a
quando abbiamo deciso, per la prima volta, quando fare i
bisogni, opponendoci ai nostri genitori.

Weyne W. Dyer a tal riguardo scrive nella sua “guida all’indipendenza dello spirito”:

(da pagina 51 del libro Le vostre zone erronee, vostre perché è inteso che lui, come altri, ha imparato ad evitarle quelle
paludi malsane e sabbie mobili)

I bambini oppongono resistenza a chi sta cercando di farne dei cercatori di
approvazione, come può attestare chiunque viva a contatto con loro.
Innumerevoli genitori mi hanno raccontato le loro esperienze di quando
insegnavano ai figli a fare i loro bisogni. A quanto pare, il bambino sa che
cosa gli viene chiesto, e i genitori si rendono conto che il bambino è in
grado di controllare fisicamente i muscoli dello sfintere; eppure,
ostinatamente, deliberatamente, il bambino si rifiuta di farla. È la
prima vera protesta contro il bisogno dell’approvazione di uno dei genitori.
I messaggi interiori sono: “Tu puoi dirmi che cosa devo mangiare, che cosa
mettermi, con chi giocare, quando devo dormire, quando entrare in una
stanza, dove devo mettere i miei giocattoli, e perfino che cosa devo
pensare. Ma questa la faccio quando io sono pronto”. È la prima protesta ad
andare a segno contro la prassi dell’approvazione dei genitori per ogni
sorta di cose.

Da bambino volevi pensare a modo tuo, fare da te. Se il babbo ti aiutava a
infilare il cappottino, quando eri piccolo, dicevi: “So fare da solo”. Ma
troppo spesso ti sentivi replicare col messaggio: “Te lo infilo io. Non
abbiamo tempo per aspettarti”, oppure “Sei troppo piccolo”. La scintilla
dell’indipendenza, quel desiderio di far valere la tua personalità, che era
così vivo in te, da bambino, veniva spesso smorzata dalla richiesta di
ricorrere alla mamma o al babbo. …Se non lo fai, noi disapproviamo, e
quando ti disapproviamo, tu devi disapprovarti… L’unità familiare
alimenta, con tutte le apparenze delle buone intenzioni, la dipendenza e il
bisogno di approvazione. I genitori che non vogliono che ai loro figli
succeda qualcosa di male, risolvono di proteggerli da ogni pericolo. Il
risultato, però, è l’opposto di quello prefisso, perché senza armi quali la
fiducia in se stessi e nelle proprie forze nei momenti cruciali, (appianare
i litigi, far fronte agli insulti, decidere a pugni un punto d’onore,
guadagnarsi ciò che si vuole ottenere), è impossibile costruire un arsenale
di comportamenti indipendenti per tutto l’arco di una vita.

Tu forse non ricorderai tutti i messaggi di richiesta di approvazione che
ti sono stati telegrafati quand’eri piccolo, ma è assai probabile che molti
di essi ti siano giunti assai per tempo. Ora, se molti di questi messaggi
del tipo “chiedi a mamma e papà” erano importanti per la tua salute e perché
tu non corressi dei pericoli, altri ti sono stati inviati per insegnarti un
concetto di importanza critica: quello del comportamento appropriato, del
comportamento che ti otterrà l’approvazione. L’approvazione, che avrebbe
potuto essere scontata, dipendeva dal tuo compiacere o meno un’altra
persona. Non che l’approvazione non sia importante. Dico che dovrebbe esser
largita gratis a un bambino, e non come premio perché si è comportato bene.
Non si dovrebbe mai incoraggiare un bambino a confondere il senso del
proprio valore con l’approvazione altrui.

Come lo chiama molto bene
Devis la Pecoranera
veniamo inseriti in quel “grande ingranaggio formativo” (caro Devis ti frego
questa bella immagine che hai scritto nel tuo bel articolo “Ora civile, ora solare“), dell’educazione sociale che sono le scuole, dove veniamo istruiti a
sviluppare il consenso al pensiero collettivo, piuttosto che al pensiero
personale. Impariamo che quello che dice l’insegnante è giusto e non va
contraddetto (o se lo facciamo è a nostro rischio e pericolo). Impariamo la
forza dell’autorità dell’insegnante, del preside, e l’educazione
psicologicamente repressiva dei voti negativi, delle note, delle sospensioni,
delle bocciature.
Eppure è stato dimostrato che impariamo con tempi e velocità diverse, e che
se viene lasciato agli studenti il proprio tempo, tutti raggiungono lo
stesso livello di conoscenze
, ma questo grande insegnamento non viene applicato. Il grande ingranaggio
formativo impone il suo orologio sociale che ci scandisce il tempo di quando
dobbiamo fare cosa, quando dobbiamo imparare cosa.

Weyne W. Dyer
a tal riguardo scrive nella sua “guida all’indipendenza dello spirito”:

(da pagina 53 del libro Le vostre zone erronee, sempre vostre perché è inteso che lui, come altri, ha imparato ad
evitarle, da un po’ fastidio questo titolo vero? A me suonava un po’ come lo
scolaretto che mi faceva notare dove sbagliavo, il mio sbaglio in realtà fu
tenére questo libro 10 anni sullo scaffale prima di leggerlo, perché in esso
poi scoprii un mondo meraviglioso di lucida schiettezza, bello diretto come
una pallonata in fronte, cioè di quelle tipo, se come un ebete cammini in
mezzo al campo dove gli altri stanno giocando, non ti stupire poi se prendi
una pallonata in fronte, piuttosto mettiti a giocare, e mostra cosa sai
fare)..tornando a Weyne Dyer…

I messaggi dalla scuola.

Quando sei uscito di casa per entrare in una scuola, hai messo piede in una
istituzione appositamente designata per instillare un modo di pensare e di
agire che presuppone la ricerca di approvazione. … Per tutto, chiedi il
permesso. Non far mai di testa tua. Chiedi al maestro il permesso di andare
al gabinetto. Occupa quel certo banco. Non cambiare posto, se non vuoi una
nota … Tutto andava nel senso dell’altrui controllo. Invece di insegnarti
a pensare, ti si insegnava a non pensare con la tua testa. … Piega il
foglio in sedici, e non scrivere sulle pieghe. Studia il primo e il secondo
capitolo, stasera. Impara l’ortografia di queste parole. Disegna così e
così. Leggi questo … Ti hanno insegnato a ubbidire e, quando avevi dei
dubbi, a farteli chiarire dall’insegnante. Se fossi incorso nella sua ira o,
peggio, in quella del preside, ti saresti dovuto sentire in colpa per mesi e
mesi. La pagella era un messaggio per i tuoi genitori che diceva in quale
misura eri stato approvato.

Se dai uno sguardo agli statuti della tua scuola, che quasi certamente
saranno stati scritti sotto la pressione della visita di una commissione
esaminatrice, è assai probabile che ciò che leggerai sia formulato grosso
modo così: “Noi, della Scuola Media Superiore “X-Y’, crediamo che la scuola
offra a ogni studente la possibilità di svilupparsi integralmente. Il piano
di studi è stato approntato in modo da andare incontro alle esigenze
individuali di ciascuno studente di questa scuola. Tutti i nostri sforzi
mirano a promuovere l’autorealizzazione e lo sviluppo individuale del nostro
corpo studentesco … ecc., ecc., ecc.”.

Quante scuole, ovvero quanti insegnanti, hanno il coraggio di tradurre in
pratica queste parole? Uno studente che cominci a mostrar segni di
autorealizzazione e di indipendenza personale, si sente dire subito di stare
al proprio posto. Gli studenti indipendenti, consapevoli del proprio valore,
esenti da complessi di colpa e da crucci, sono di regola definiti
turbolenti.

Le scuole non sanno trattare i ragazzi che mostrano segni di
anticonformismo. In troppe, la ricerca dell’approvazione s’identifica con la
via del successo. I vecchi clichés del “cocco” dell’insegnante, del
“lisciarsi” i professori, sono tali non senza ragione. Esistono, e
funzionano. Se riscuoti elogi dai tuoi maestri, se ti comporti come hanno
ordinato, se studi le materie preparate apposta per te, fai una buona
riuscita il cui prezzo è però un forte bisogno di approvazione, dato che la
tua fiducia in te stesso è stata scoraggiata praticamente a ogni svolta.

Di solito, verso la fine della scuola media inferiore, uno studente ha già
imparato la lezione dell’approvazione. Richiesto, da un adulto che può
consigliarlo, a quale tipo di scuola media superiore vorrebbe iscriversi,
risponde: “Non lo so. Mi dica lei quale fa per me”. Può darsi che alla
soglia della scuola media superiore incontri delle difficoltà nella scelta
dell’indirizzo fondamentale, e che si senta molto più a suo agio se altri
decidono per lui. In classe, imparerà a non discutere ciò che sente dire.
Imparerà a fare un tema come si deve, e tutte le giuste interpretazioni
dell’Amleto. Baserà una ricerca non sulle sue opinioni e sul suo senso
critico, ma su citazioni e riferimenti bibliografici che dimostreranno la
fondatezza di tutto ciò che dice. Se non impara questo metodo, sarà punito
con voti bassi, e con la disapprovazione del professore. Al momento di
diplomarsi, gli sarà difficile prendere decisioni, perché per dodici anni di
fila gli è stato detto come e che cosa pensare. Sottoposto a questa dieta
asciutta di “senti il parere del professore”, ora, al momento di diplomarsi,
non sa pensare con la sua testa. Dunque egli desidera ardentemente di essere
approvato, e apprende che ottenere la sanzione altrui equivale a essere
promosso e a non avere problemi.

Al collegio universitario, tale indottrinamento prosegue secondo i medesimi
schemi. … Scrivi due saggi a trimestre, del formato richiesto, (margini
sul 16 e sull’84), consegnalo dattiloscritto, cura che si articoli in
introduzione-svolgimento-conclusione, studia questi e questi capitoli… La
gran catena di montaggio! … Conformati, fa contenti i professori, e ce la
farai … Se finalmente a un seminario lo studente conosce un professore che
gli dice: “Questo semestre, approfondisca l’argomento che più le interessa.
Io la aiuterò e la consiglierà quanto posso, ma si tratta dei suoi studi ed
è libero di portarli avanti come crede”, è il panico. …”Ma quanti lavori
dobbiamo presentare?” “Per quando?” “Scritti a macchina?” “Quanti libri
dobbiamo leggere?” “Quanti esami dobbiamo fare? “Quali saranno le domande?”
“Quanto devono essere lunghi, i temi?” “Dove fissiamo i margini?” “Devo
venire a tutte le lezioni?”…

Queste sono le domande che pone chi cerca approvazione, e la cosa non
sorprende affatto, dati i metodi pedagogici ed educativi a cui abbiamo
accennato. Lo studente è stato educato a fare tutto, non per sé, ma per
un’altra persona, a compiacere il professore, a valutarsi su una unità di
misura altrui. Le domande che egli pone sono il risultato finale di un
sistema che esige la richiesta di approvazione, se si vuole sopravvivere.
Pensare con la propria testa, atterrisce lo studente: è più facile e più
sicuro corrispondere alle attese.

Penso che la maggior parte di noi ha vissuto il primo grande problema legato
al FARE quando ha dovuto, alla fine della scuola media,
 scegliere quale scuola fare. Questa scelta, ci è stato spiegato,
avrebbe dovuto segnare la nostra vita, quello che saremmo diventati da grandi,
il lavoro che avremmo fatto.

Frena, Frena un attimo! Ma ti rendi conto che dalle elementari passiamo 5
anni, altri 3 nelle medie, e poi tutto d’un tratto almeno la mia generazione,
nella mia scuola, in terza media ci hanno proposto qualche ora, dico qualche
ora di orientamento, per scegliere che percorso proseguire!
Insomma cari
adulti ci avete inserito in questo
grande ingranaggio formativo, in questa macchina educativa che ci fa scendere alla stazione terza
media senza prepararci su dove cavolo andare poi? Cari adulti facciamo un po’
di conti, adesso valutiamo per bene, … 9 mesi di scuola, da settembre a
giugno, per 8 anni, dalle 8 di mattina alle 13, più o meno 5 ore per 6 giorni
(30 ore la settimana), per 24 giorni al mese di media per 9 mesi (comprese le
vacanze perché ci davano i compiti) fanno 900 ore, per 8 anni fanno 7200 ore,
(SETTE MILA DUECENTO ORE) e voi adulti, professori, ci date solo qualche ora
di orientamento prima di scendere dal primo vero treno? Insomma in tutta
onestà è l’equivalente di un bel calcio nel culo! Che bravi! Eppure fu così.

Agli incerti (la maggior parte),  al primo grande incrocio che la vita, e
l’ingranaggio della industria educativa gli poneva davanti, veniva
consigliato di prendere una via  scientifica, umanistica, o tecnica, e
qualcuno veniva rimandato perché non considerato pronto. Ma pronto per cosa?
Se molti non sapevano nemmeno dove andare? Senza un obiettivo difficilmente
c’è motivazione. Avrebbero potuto almeno farci scoprire che l’obiettivo è la
felicità, e che siamo felici quando siamo in viaggio, e facciamo ciò che ci
piace. Non è così difficile da dire, ed è pure corto. Basta solo ripeterlo con
convinzione.

I rimpianti prima di morire.

Mi ricordo di aver letto in rete una ricerca fatta relativamente ai rimpianti
e rimorsi e uno dei più diffusi era relativo agli studi:
“se avessi studiato di più…, o se avessi studiato quella materia invece
di…, se avessi fatto quella scuola invece di…”.

Come mai accade questo? Proseguiamo in questo viaggio di scoperta.

Ce lo racconta Bronnie Ware autrice del libro “THE TOP FIVE REGRETS OF THE DYING” che
tradotto in italiano vuol dire “I PRIMI CINQUE RIMPIANTI DI CHI STA PER
MORIRE”.

Bronnie lavora in Australia come infermiera. Assiste Malati terminali
rimandati a casa, nelle loro ultime settimane di vita.
A queste persone,
oltre a somministrare farmaci per alleviare le sofferenze, aveva l’abitudine
di fare sempre la stessa domanda: c’è qualcosa che rimpiangi? Le risposte le
ha prima raccolte in un blog poi in un libro e la prima quella detta più
spesso è:

avrei voluto vivere la vita secondo le mie inclinazioni e non secondo le
aspettative degli altri.

Bronnie sintetizza questo con la metafora “della gabbia”. Quella che la società ci butta addosso spacciandola per inevitabile. Le
regole balzane del vivere assieme. «Chi se ne sta andando pensa ai desideri
che ha realizzato. In genere sono meno della metà di quelli che avrebbe
voluto. Di chi è la colpa? La risposta è sempre quella: mia. Avrei potuto,
ho voluto, mi sono lasciato condizionare».

Alla fine del mare e della marea di cose da FARE scopriamo che il FARE è molto
condizionabile, “FARE” che in definitiva ci fa ottenere le cose che abbiamo, e
ci fa sentire spesso “essere” il lavoro che facciamo.

A questo punto vi riporto nel porto (che in sloveno si scrive Luka e suona
come il mio nome) dal quale siamo salpati cioè prima di analizzare le parole:

avere successo
e
gente altamente efficace.

Perché ora ho gli elementi di cui avevo bisogno per valutare queste due
distinzioni:

avere successo vuol dire Avere qualcosa che
è succeduto, che è stato fatto (facciamo attenzione perché nel FARE siamo
condizionabili), ed è relativo al passato.

Ma, gente altamente efficace cosa vuol dire?

Per comprendere Efficace partiamo nuovamente zaino in spalla alla ricerca del
suo originale significato. Girando dentro etimo.it scopro che prima abbiamo
bisogno di capire il significato di Efficiente.

Efficiente deriva dal latino Efficièntem, participio presente
di Effìcere, composto dalla particella E (che sta per EX) e da Ficere per
Facere. Il suo significato è: Che fa, Che opera, Che produce […] possiamo
dire indifferentemente di una data cosa.

Mentre Efficace, che deriva pure lui da Efficere (fare), significa: che ha la potenza di raggiungere un dato effetto (preciso).

Pertanto il titolo originale di Stephen Covey “Le 7 abitudini della gente altamente efficace”, ora capiamo che vuole comunicare:

le 7 abitudini
cioè azioni costanti nel tempo, apprese, pertanto non imposte da
regole, metodi relativi al fare, scelti perché percettivamente efficaci, cioè
che hanno la potenza di raggiungere effetti, risultati precisi;

della gente altamente efficace
cioè abitudini fatte da persone che sanno fare azioni per produrre
effetti precisi, voluti (non condizionati), distinti.

 

Giunti quasi al termine di questo viaggio di scoperta, rievoco ancora una
volta lo spirito dello scrittore
Christopher Morley
che dal passato echeggia:
“C’è solo un Successo: essere in grado di trascorrere la propria
vita a modo proprio.”

Ora possiamo distinguere l’importanza che ha in questa frase il termine
“trascorrere”, che possiamo vedere come un sinonimo di “fare”,
sottolineando
ancora che l’importanza di “FARE” succedere a “modo proprio”; può avvenire
soltanto evitando di farsi condizionare, anche e sopra tutto attraverso
abitudini (apprese) altamente
efficaci.

Commento finale sul viaggio.

Mi chiedo se l’editore Franco Angeli Trend crede che gli italiani siano
dei lettori da regolare?

Anche perché personalmente prima di cambiare il titolo di Stephen Covey che ha
letto centinaia e centinaia di libri sul miglioramento personale degli ultimi
secoli, ed ha 10 lauree a Onoris causa, ci penserei 10 volte. Tuttavia mi
sento di ringraziarli profondamente per avermi dato l’occasione di questo
viaggio di scoperta, e di darmi l’occasione di applicare il potere delle
distinzioni.

Vorrei finire questo viaggio ricordando che abbiamo visto che esiste una marea
di cose che possiamo fare, di opportunità, e che la felicità non sta nel
successo ma nel far succedere le cose, cioè nel fare ciò che ci piace.
Aggiungo che intelligenza è fare in modo che questo
fare ciò che ci piace

riesca a darci un sostentamento per vivere e aiutare prima di tutto noi stessi
per riuscire poi a donare e per-donare (donare nuovamente) a noi stessi e agli
altri.

Fonti:

Citazione
testo di Bronni Ware tratto
dalla Stampa.it, articolo di Andrea Malaguti.

Approfondimenti:

Etimo di: felice, “capace di far accadere”.

Un esempio di educazione diverso lo possiamo trovare nel libro “I ragazzi
felici di Summerhill” di Alexander Neil.

Relativamente alla regola sociale del contraccambio consiglio di vedere il libro di Robert Cialdini “Le Armi della Seduzione”.

Per i curiosi che vogliono sapere quali sono gli altri 4 rimpianti citati
da Bronnie Ware:

La seconda: non avrei voluto lavorare così duramente.

L’ossessione. Esisto se emergo nella gara della competizione professionale.
«Questo è un problema sopra tutto degli uomini. Ma anche nelle donne sta
cominciando a diventare centrale. Ci si chiude in ufficio e si perdono di
vista i figli che crescono, si dimentica il rapporto con il proprio compagno
e la propria compagna. In effetti ci si dimentica di sé».

La terza: avrei voluto avere il coraggio di esprimere i miei sentimenti.

Il pudore. L’imbarazzo. Le regole predefinite delle relazioni con gli
altri. Il modo che vale più della sostanza. «Molti mi dicono: mi sono tenuto
dentro ogni istinto di ribellione, mi sono vergognato di dire la verità al
mio capo, di dire a mia moglie quanto l’amavo, ai miei figli quanto ero
orgoglioso di loro. Così mi sono perso, mi sono rinchiuso. E la mia
frustrazione ha finito per schiacciarmi, per rendermi infelice».

La quarta: avrei voluto restare di più in contatto con i miei amici.

Le priorità sbagliate. Il mondo ci porta lontano dalle persone che amiamo e
noi diamo per scontato che sia così. «Altro rimpianto comune: non ho curato
il rapporto con chi mi ha voluto bene. Ho sempre pensato: tanto sono lì. Mi
aspettano. Poi i miei momenti di solitudine si sono moltiplicati, proprio
perché avevo rinunciato a loro. Cioè a me. Cioè al mio mondo».

La quinta: avrei voluto consentirmi di essere più felice.

Il riassunto di tutto. Nel quinto rimpianto ci stanno dentro i primi
quattro. Né sesso, né soldi. Solo il bisogno di assecondare i propri
amori, i propri odori, i propri sogni, i propri bisogni. Tutto quello che è
già lì, semplice, solo da raccogliere. «E allora sarà anche banale, ma io
non ho più dubbi: la vita è una scelta. Scegli la felicità».

2 Commenti

Amos B, 26 Aprile 2012 alle 11:47
Splendido!
Ho
letto qualche mese il libro di Weyne W Dyer, rileggere questi due estratti me
li ha riportati alla mente in modo molto chiaro!
Complimenti, continua
così 🙂

Luca Pilolli, 26 Aprile 2012 alle 14:03
Grazie Amos :-),
ti auguro prosperità per il tuo sito miglioriamoci.net

 


Parole chiave: apprendere come imparare meglio a imparare, Definizioni,
Distinzioni, Il potere della distinzione, Imparare, imparare a imparare, In
evidenza
12/01/2022 data pubblicazione seconda edizione.

11/04/2012 Prima edizione