Afantasico e creativo. Le parole con cui raccontiamo la nostra mente.

Ho guardato un video con Giorgio Gilestro, l’ho apprezzato e me lo sono riguardato. A un certo punto lui ha raccontato di essere afantasico e io ho alzato le mani davanti allo schermo: «io, io, anch’io sono così». Mi sono riconosciuto nella descrizione di chi pensa senza vedere volontariamente immagini nella propria mente. E, quasi nello stesso momento, il comunicatore che abita dentro di me ha cominciato a brontolare. Perché continuo a MALEDIRE, con una certa allegria e altrettanta convinzione, la nostra abitudine a descrivere le persone partendo da ciò che manca.

Afantasico. Una A privativa davanti a una parola che, nell’italiano quotidiano, richiama immediatamente la fantasia. Ed eccomi qui: un presunto «senza fantasia» che ha lavorato come grafico professionista e direttore artistico. Direi che vale la pena parlarne.

Il termine afantasia nasce dall’unione del prefisso privativo a- e del greco phantasía, riferito alla facoltà di rappresentare mentalmente qualcosa. Nel contesto di cui parlo, descrive l’assenza di immagini mentali visive volontarie. Il termine moderno è stato introdotto nel 2015 da Adam Zeman e dai suoi collaboratori. [1]

Questa precisazione conta. E conta anche quello che una persona comune può capire quando incontra la parola per la prima volta. Io leggo «afantasico», sento risuonare «senza fantasia» e vedo già il possibile equivoco comunicativo. Quel «vedo», naturalmente, lo uso in senso figurato. Il mio vocabolario visivo gode di ottima salute. Chi studia un fenomeno ha la necessità di identificarlo con precisione. Chi comunica quel fenomeno al pubblico ha anche la responsabilità di accompagnare il significato, soprattutto quando una parola tecnica assomiglia tanto a una parola quotidiana.

Una definizione può aiutarmi a riconoscere una caratteristica. Quando quella definizione diventa il riassunto della mia persona, il racconto perde parecchi pezzi.

Ho lavorato con le immagini. Professionalmente. Il fatto che io riconosca in me l’assenza di visualizzazione mentale convive tranquillamente con questa esperienza. Ho potuto occuparmi di grafica e direzione artistica, fare scelte, progettare e valutare risultati visivi. Nella mia esperienza, la creatività comprende la possibilità di costruire un risultato anche mentre lavoro: procedere per elementi, osservare quello che prende forma, modificare le relazioni e comporre. La mia storia, tra l’altro, trova compagnia. Il progetto di ricerca e la mostra Extreme Imagination hanno raccolto anche il lavoro di artisti con afantasia. Le loro esperienze mostrano la varietà dei percorsi attraverso cui una persona può creare immagini e opere.[2]

Questo per me ha un valore concreto, soprattutto quando penso a chi comincia. Immagino un ragazzo che incontra quella parola e pensa: «allora la grafica, il disegno o l’arte sono fuori dalla mia portata». Quella conclusione aggiunge alla descrizione qualcosa che la descrizione, da sola, non autorizza. E potrebbe scoraggiare un tentativo prima ancora della prima esperienza. Io desidero raccontare anche la possibilità: puoi riconoscere come funziona la tua immaginazione e sperimentare strumenti, pratiche e percorsi. La mia esperienza professionale è una testimonianza di questa possibilità, con il suo valore e i suoi confini.

Se dovessi raccontare il dominio mentale nel quale ragiono, comincerei da quello che sento più presente. Direi che sono «Ab-uditivo», nel senso scherzoso di abnormemente uditivo. La voce interiore, i suoni e la musica hanno molto spazio nel mio modo di pensare. Qui trovo materiale con cui ragionare e creare. Aggiungerei «Ab-cinestesico», per la mia sensibilità ai movimenti del corpo. Questa dimensione ha avuto un ruolo importante nel mio percorso, che comprende oltre vent’anni di insegnamento del ballo. E aggiungerei anche «Ab-processuale». Scompongo le cose in elementi più piccoli, riconosco parti che posso riutilizzare e ricomporre, passo dal micro al macro velocemente. Per raccontare questa attività uso anche l’espressione «immaginazione compositiva»: costruisco possibilità attraverso le relazioni tra gli elementi, anche senza vedere prima il risultato. I miei «Ab-» sono invenzioni personali e giocose. Concedetemi questa piccola licenza linguistica: dopo tutta quella privazione, avevo voglia di raccontare un po’ di abbondanza.

Conservo anche le distinzioni. Immaginare un suono, inventare una musica, percepire un movimento ed evocarlo mentalmente sono attività diverse. Nel mio racconto dialogano tra loro, e ciascuna merita il proprio spazio. Uso queste parole per descrivere la mia esperienza. Le lascio aperte, perché continuo a imparare, allenare capacità e trovare modi diversi di fare le cose. È anche questo il senso della mia critica. Quando critico, esercito il discernimento: distinguo, considero gli effetti, valuto alternative e scelgo. Qui considero insieme l’utilità del termine scientifico e la qualità della comunicazione che lo accompagna. Una parola può chiarire qualcosa e lasciare spazio a un equivoco. Possiamo riconoscere entrambe le conseguenze e lavorare sulla seconda.

Per esempio, nella divulgazione io accompagnerei la parola con una frase semplice: «questa caratteristica riguarda la visualizzazione mentale; le capacità creative di una persona richiedono un discorso più ampio». Poche parole in più possono aiutare chi ascolta a collocare l’informazione.

Questo tema mi riporta a Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson e alla loro Pragmatica della comunicazione umana: alla comunicazione considerata anche attraverso il contesto, le relazioni e gli effetti sui comportamenti.[3]

Quando dico che «le parole sono performative», uso l’espressione in senso ampio: le parole possono produrre conseguenze nelle persone e nelle relazioni. Il concetto tecnico di enunciato performativo appartiene alla teoria degli atti linguistici di J. L. Austin.[4] Tengo distinti i riferimenti e porto l’attenzione sulla questione che mi interessa come comunicatore. Le persone possono usare quello che diciamo per interpretare la propria esperienza, valutare una possibilità e decidere che cosa provare. Chi comunica possiede un controllo parziale su questo processo. Ciascun destinatario porta la propria storia, le proprie conoscenze e il proprio contesto. Io considero questo limite insieme alla mia responsabilità: posso curare il segnale che invio, chiarire il significato e ridurre gli equivoci prevedibili. Per questo preferisco descrivere con precisione una caratteristica e lasciare alla persona lo spazio per raccontare il resto.

«Nella mia mente non visualizzo immagini» mi aiuta a spiegare un’esperienza. Accanto a quella frase posso raccontare la grafica, la musica, il ballo e il mio modo di scomporre e ricomporre le cose. Il ritratto acquista informazioni e possibilità.

A Giorgio Gilestro e agli autori del video resta il mio ringraziamento: quel racconto mi ha fatto alzare le mani e riconoscere qualcosa di me. Resta anche il mio primo suggerimento, molto pratico: regalate a Giorgio un buon microfono portatile con direttività cardioide. Quello che racconta merita un audio migliore. Del resto, da «Ab-uditivo», ho una certa sensibilità sull’argomento.

Luca Pilolli


Riferimenti.