Comunica bene se vuoi essere bene giudicato e se vuoi bene
giudicare.

Con questo aforisma sintetizzo quanto credo relativamente al giudizio.

Faccio notare sempre che il vecchio detto “non giudicare se non vuoi essere giudicato“
è falso, perché la mente giudica sempre, non può non farlo, può non
esprimerlo ma giudica comunque.

Quindi trovo ipocrisia
(dal greco YPO-KRISIS dove ipo=sotto
crisia=spiegato)
quindi sotto-spiegato dove sotto sta per poco, o per
nulla spiegato, l’atteggiamento del silenzio del giudizio. Situazione che
ci fa poi dire cose come: “non sapevo, pensavo che” (in tal caso ricordo il
detto: pensare vuol dire non sapere niente).

Trovo molto più evoluto nel sapere affermare: Comunica bene se vuoi essere bene giudicato e se vuoi bene
giudicare
.

La buona padronanza della comunicazione sta alla base della buona comprensione
pertanto del buon giudizio. Allo stesso modo padroneggiare la comunicazione è
il requisito fondante per ottenere dei buoni giudizi. L’elusione del giudizio
è una richiesta e un atto da ignorante.

Chiedete ai migliori programmatori al mondo di creare un computer che giudichi
sempre e sappia cambiare giudizio in base all’interazione con l’esterno,
quindi con le informazioni, apprendere e quindi crescere e migliorare, e vi
diranno che è complicatissimo da realizzare che ancora non lo sanno fare come
lo facciamo noi perché tutto questo è intelligenza artificiale.

È così complicato giudicare che un giudizio è spesso un’operazione molto lenta
per il nostro cervello. Dove per lenta parlo dell’ordine del secondo, per
problemi affrontabili con soluzioni preconcette. 

Indicativamente il cervello fornisce sempre soluzioni veloci, ma anche la
capacità di analisi di farci percepire che l’analisi fatta debba essere
rivista e o corretta perché mancante di informazioni, in tal caso ci troviamo
difronte a elaborazioni che necessitano tempo di ricerca piuttosto che tempo
di analisi e la ricerca può durare ore, giorni, mesi, anni, per
risolvere problemi non affrontabili correttamente con soluzioni
preconcette. 

Una volta trovato la nuova soluzione essa stessa diventa un
preconcetto. Dove il preconcetto è un pacchetto di informazioni già
analizzato, giudicato e catalogato che usiamo per fare confronti quasi
istantanei.

Relativamente a questa velocità di elaborazione del nostro cervello Tony Buzan, uno dei più grandi conoscitori dei meccanismi di apprendimento del cervello
umano, scrive:

[…] ognuno di noi ha 1.000.000.000.000 (mille miliardi) di cellule
cerebrali, ma i collegamenti tra esse possono formare un numero
incredibilmente elevato di schemi e di trasformazioni. Come
ha calcolato il neuro-anatomista russo
Pyotr A. Anokhin, questo numero è talmente grande, che per scriverlo servirebbe una
striscia di carta lunga circa dieci milioni di chilometri!
Con la nostra capacità innata di integrare e destreggiarci tra
molteplici miliardi di bit di dati, è divenuto evidente, per coloro che
si occupano della ricerca sul cervello, che un adeguato allenamento del
nostro fenomenale bio-computer (che in un secondo può calcolare ciò che
un computer Cray, a 400 milioni operazioni al secondo, impiegherebbe 100 anni per
calcolare
) accelererà e aumenterà enormemente la nostra capacità di risolvere
problemi, analizzare, stabilire priorità, creare e comunicare. […]

A mio avviso è proprio l’ignoranza sul cos’è il giudizio che fa esprimere
l’affermazione “non giudicare”.
E ribadisco il cervello non può non
farlo, può non esprimerlo. Se la decisione di non esprimere un giudizio è data
dal desiderio di avere più informazioni prima di esprimerlo è cosa lodevole.
Ed è proprio questa che va incentivata e coltivata invece di sedarla con finte
massime (che sono vere e proprie minime) come appunto: non giudicare se non
vuoi essere giudicato (terrorismo psicologico a mio avviso).

Il buon giudizio va coltivato come si fa per con il proprio orto, attraverso
la conoscenza delle regole, e tecniche della comunicazione, così da dare buoni
frutti. Inoltre il giudizio è lo strumento attraverso il quale passano le
nostre “scelte” o quelle che chiamiamo “non scelte” ovvero procrastinazioni
(rimandamenti). Un giudizio ben allenato, attento, saldo, erudito, maturo,
evita di impantanarsi nelle sabbie mobili delle procrastinazioni. 

Mentre creare un popolo che non giudica, ma delega la funzione del giudizio,
crea un popolo di pecore.


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06/10/2019 data pubblicazione seconda edizione.

06/10/2014 Prima edizione