Spesso ancora mi capita di leggere frasi come: “la realtà è sempre
quella”.
Paul Watzlawick (uno dei padri della psicologia moderna e della pragmatica
della comunicazione umana) nel libro “La Realtà della Realtà” afferma, “non c’è nulla di più pericoloso di credere che esista una sola realtà“.
E se esistessero diversi piani della realtà, quali sono i limiti percettivi e
conoscitivi che ci impediscono di vederli o comprenderli?
Ad esempio e se esistessero diversi livelli di apprendimento che comprendono a
loro volta diversi livelli di insegnamento?
A proposito di livelli Paul Watzlawick riporta nel suo libro la Realtà della
Realtà un brano di Edwin A. Abbott
Esiste un piccolo, modesto libro, scritto quasi cent’anni fa dal reverendo
Edwin A. Abbott, preside della Scuola della Città di Londra. Il reverendo
Abbott fu uno studioso della letteratura classica e le sue opere, – più di
quaranta, – trattano soprattutto di quest’argomento nonché di religione. Ma, e
qui prendo in prestito l’acuta osservazione di Newman, “la sua unica difesa
contro l’oblio” è quel piccolo libro dal titolo
Flatland, A Romance in Many Dimensions.
Sebbene non si possa
affatto negare che Flatlandia sia scritto con uno stile, beh, diciamo
piuttosto piatto, esso, nondimeno, è un libro unico: unico non solo perché
anticipa alcuni sviluppi della moderna fisica teorica ma ancor più per il suo
profondo intuito psicologico che persino la pesantezza dello stile vittoriano
non riesce a soffocare. In questo senso non sembra esagerato desiderare che
Flatlandia, (o una sua versione modernizzata), diventi lettura obbligatoria
nei licei. Il lettore presto ne comprenderà la ragione.
Flatlandia è una
storia raccontata da un abitante di un mondo bidimensionale, cioè, un mondo
che possiede soltanto la lunghezza e la larghezza, ma non l’altezza; un mondo
piatto quanto un foglio di carta coperto di linee, triangoli, quadrati, ecc.
Questi possono muoversi liberamente su, o, piuttosto, in questa superficie,
ma, come ombre, sono incapaci di salire o scendere sotto quel livello. E,
inutile dirlo, sono inconsapevoli di questa incapacità, poiché l’esistenza di
una terza dimensione, l’altezza, risulta loro inimmaginabile.
Il
narratore ha un’esperienza sconvolgente che viene preceduta da uno strano
sogno. Nel suo sogno si trova trasferito in un mondo unidimensionale in cui
tutti gli esseri sono o linee o punti che si muovono indietro e in avanti
sulla stessa linea retta. Questa linea la chiamano “Spazio”, e per gli
abitanti di “Linelandia” [Paese delle linee] l’idea di muoversi a sinistra o a
destra di questo “Spazio”, invece di muoversi semplicemente indietro e in
avanti, è totalmente inconcepibile. Del tutto futile è pertanto lo sforzo del
nostro sognatore di spiegare alla linea più lunga degli abitanti di
Linelandia, (il loro monarca), come sia Flatlandia. Il re lo ritiene
semplicemente pazzo e, di fronte a tanta ristrettezza mentale, il narratore
infine perde la pazienza:
Perché sprecare altro fiato? Vi basti sapere che io sono il completamento del
vostro essere incompleto. Voi siete una Linea, ma io sono una Linea di Linee,
che al mio paese si chiama un Quadrato: e pensate che anch’io, per quanto
infinitamente superiore a voi, non conto che poco o nulla fra i grandi nobili
della Flatlandia, donde sono venuto a visitarvi, nella speranza di illuminare
la vostra ignoranza.
Nel sentire questi insulti folli il re e i suoi sudditi, formati tutti di
linee e punti, si preparano a lanciare un attacco contro il quadrato, che in
quel momento viene svegliato alla realtà di Flatlandia dal suono del
campanello che lo chiama per la colazione.
Nondimeno, durante il giorno
ha luogo un altro evento sconcertante. Il Quadrato sta insegnando al suo
nipotino, un Esagono* alcuni concetti fondamentali di aritmetica applicata
alla geometria.
* Secondo la spiegazione” del narratore, in Flatlandia è una legge della
natura che un bambino debba sempre avere un lato di più del padre, purché il
padre sia almeno un quadrato e non semplicemente un umile triangolo. Infine,
quando il numero dei lati è tanto grande che il poligono non si può
distinguere da un cerchio, la persona appartiene all’Ordine Circolare ossia
Sacerdotale.
Gli mostra come il numero di centimetri quadrati di un Quadrato può essere
calcolato semplicemente innalzando alla seconda potenza il numero di
centimetri di un lato:
Il piccolo Esagono meditò un poco su questa affermazione e poi mi disse: “Ma
tu mi hai insegnato a innalzare i numeri alla terza potenza: anche 33
avrà dunque un significato in Geometria; quale è questo significato?”. “Nessun
significato”, risposi io “almeno non in Geometria; perché la Geometria non ha
che Due Dimensioni”. E quindi mi misi a mostrare al fanciullo come un Punto,
spostandosi lungo un percorso di tre centimetri, formi una Linea di tre
centimetri, che si può rappresentare con 3; e come una Linea di tre
centimetri, spostandosi parallelamente a se stessa lungo un percorso di tre
centimetri, formi un Quadrato di tre centimetri per ogni lato, che si può
rappresentare con 32. A questo punto il mio Nipotino, tornando alla
sua ipotesi di prima, e prendendomi alquanto di sorpresa, esclamò: “Bene,
allora, se un Punto, spostandosi di tre centimetri, forma una Linea di tre
centimetri rappresentata da 3, e se una Linea retta di tre centimetri,
spostandosi parallelamente a se stessa, forma un Quadrato di tre centimetri
per lato, rappresentato da 32, deve seguirne che un Quadrato di tre centimetri
per lato, spostandosi in qualche modo parallelamente a se stesso, (ma non vedo
come), debba formare un Qualcos’altro, (ma non vedo cosa), di tre centimetri
per ogni senso, – e questo sarà rappresentato da 33“.
“Vai a
letto” dissi io, un po’ seccato da questa interruzione. “Se tu dicessi cose
meno insensate, ricorderesti di più quelle che hanno un senso”.
E così il Quadrato, non prestando alcuna attenzione alla lezione che avrebbe
potuto trarre dal suo sogno, commette esattamente lo stesso errore che tanto
si era sforzato di rendere evidente al re di Linelandia. Ma nel corso della
serata il Quadrato non riesce a liberarsi dalle chiacchiere del suo piccolo
Esagono, e infine esclama ad alta voce: “Quel ragazzo è uno sciocco, dico!
33 non può aver alcun significato in Geometria”. Ma subito sente
una voce: “Il ragazzo non è uno sciocco; e 33 in Geometria ha un
significato evidente”. La voce appartiene a uno strano visitatore che pretende
di venire da Spacelandia [Paese dello spazio], un universo inimmaginabile in
cui le cose possiedono tre dimensioni. Così come aveva tentato il Quadrato nel
suo sogno, lo straniero tenta con tutti i mezzi di fargli comprendere cosa sia
una realtà tridimensionale e quanto sia limitata in paragone Flatlandia. E
nello stesso modo in cui il Quadrato si era presentato al re di Linelandia
come una linea di linee, lo straniero si definisce un cerchio di cerchi,
chiamato in Spacelandia “sfera”. Il Quadrato, naturalmente, non riesce ad
afferrare questo concetto, poiché vede il suo ospite soltanto come un cerchio,
ma un cerchio con proprietà estremamente conturbanti, inesplicabili: cresce e
diminuisce di diametro, restringendosi talvolta a un mero punto e scomparendo
del tutto. Con molta pazienza, la sfera spiega che non vi è nulla di strano:
essa costituisce un numero infinito di cerchi, che variano di dimensione da un
punto a tredici centimetri di diametro, uno sovrapposto all’altro. Pertanto,
quando passa attraverso la realtà bidimensionale di Flatlandia, la sfera
risulta dapprima invisibile a un abitante di quel paese, poi, – quando tocca
il piano di Flatlandia, – compare come un punto, andando avanti acquisisce
l’aspetto di un cerchio, che cresce costantemente di diametro, finché non
comincia a diminuire e infine scompare di nuovo.
Ciò spiega anche il fatto sorprendente che la sfera sia riuscita a entrare
nella casa bidimensionale del Quadrato nonostante le porte sbarrate.
Naturalmente, la sfera è entrata semplicemente dall’alto, ma quest’idea è così
estranea alla realtà del Quadrato ch’egli non riesce a penetrarla. E quindi si
rifiuta di crederla. Infine la sfera non vede altra soluzione che quella di
riprodurre nel Quadrato quella che oggi chiameremmo un’esperienza
trascendentale:
Un orrore indicibile s’impossessò di me. Dapprima l’oscurità; poi una visione
annebbiata, stomachevole, che non era vedere; vedevo una Linea che non era una
Linea; uno Spazio che non era uno Spazio: io ero io e non ero io. Quando
ritrovai la voce, mandai un alto grido d’angoscia: “Questa è la follia o
l’Inferno!”. “Nessuno dei due” rispose calma la voce della Sfera. “Questo è il
Sapere; sono le Tre Dimensioni: riapri l’occhio e cerca di guardare per un po’
”
Da questo magico momento in poi, le cose prendono una piega piuttosto strana.
Inebriato dalla travolgente esperienza di entrare in questa realtà totalmente
nuova, il Quadrato è ora ansioso di scoprire i misteri di mondi sempre più
evoluti, di “uno Spazio ancora più spazioso, di una Dimensionalità ancora più
dimensionabile”, il paese di quattro, cinque e sei dimensioni. Ma la sfera non
vuole sentirne di queste sciocchezze: “un paese simile non esiste. La sola
idea che possa esistere è assolutamente inconcepibile”. Dal momento che il
Quadrato non smette di insistere su questo punto, la sfera incollerita lo
rigetta infine entro gli stretti confini di Flatlandia.
A questo momento la morale del racconto diventa tristemente realistica. Il
Quadrato vede davanti a sé una carriera gloriosa: andare avanti e
evangelizzare l’intero paese di Flatlandia, proclamando la dottrina delle Tre
Dimensioni. Ma non solo gli diventa sempre più difficile ricordarsi
esattamente cosa aveva percepito con tanta chiarezza nella realtà
tridimensionale, ma viene infine arrestato e processato dall’equivalente
dell’Inquisizione in Flatlandia. Invece di essere bruciato, viene condannato
all’ergastolo in circostanze che l’intuito incredibile di Abbott descrive come
altamente simili a certe istituzioni psichiatriche dei nostri stessi giorni.
Una volta l’anno il Cerchio principale, cioè, il Sommo Sacerdote, viene a
fargli visita nella cella e gli chiede se si sente meglio. E ogni anno il
povero Quadrato non può fare a meno di ritentare di convincerlo che esiste la
terza dimensione.
Al che il Cerchio principale scuote la testa e lo lascia in prigione per un
altro anno.
Ciò che Flatlandia pertanto descrive è la completa relatività
della realtà, ed è per questa ragione che vorremmo che i giovani lo
leggessero. La nostra storia dimostra che non esiste un’idea più omicida
dell’illusione di una realtà “reale”, con tutte le conseguenze che logicamente
ne derivano. D’altra parte, la capacità di vivere con la verità relativa, con
domande per le quali non ci sono risposte, con la conoscenza di non sapere
nulla e con le incertezze generate dal paradosso, è probabilmente l’essenza
della maturità umana e della tolleranza per gli altri. Senza questa capacità
ci relegheremmo, senza rendercene conto, nel mondo del Grande Inquisitore in
cui vivremo la vita di pecore, infastidite di tanto in tanto dal fumo acre che
si leva da qualche
auto da fé (atto di fede) o dai camini dei forni crematori.
Ho riportato questa storia per riflettere sulla frase: “la realtà è sempre quella”.
Se uno crede che debba essere per forza così come crede, per lui sarà vero e
giusto così perché è la sua interpretazione della realtà. Ciò non vuol dire che questo debba essere giusto e vero anche
per gli altri.
Approfondimento
Se ti interessa leggere il libro da cui è tratto il racconto di Flatlandia o vuoi saperne di più guarda il nostro articolo Paul Watzlawick: La realtà della realtà. Confusione, disinformazione, comunicazione. su Diventoteca, il sito nel quale raggruppiamo i libri di saggistica che abbiamo letto e consigliamo di leggere.
Parole chiave: apprendere come imparare meglio a imparare, Citazioni, Imparare, imparare a imparare, Libri, Strategie
11/05/2022 data revisione.
20/03/2014 Prima edizione
